Francesco

Lettera a San Francesco

Carissimo Francesco,

fratello universale, ti scrivo da un mondo che sembra aver smarrito la musica. Le nostre città sono piene di rumori, ma prive di armonia. Le nostre piazze brulicano di gente, ma non di incontri. Le nostre case sono illuminate da mille schermi, ma rischiano di restare buie di relazioni. E allora, come un mendicante alla tua porta, ti chiedo di prestarci un po’ della tua luce.

Francesco, tu che chiamavi fratello persino il lupo, oggi ci troveresti impauriti perfino dei nostri simili. Abbiamo costruito muri più alti delle nostre case, e recinti più stretti dei nostri cuori. La pace, quella che tu sapevi annunciare con un semplice “Il Signore ti dia pace”, è diventata una parola fragile, quasi sospetta. La pronunciamo, ma non la viviamo. La desideriamo, ma non la costruiamo. La invochiamo, ma continuiamo a fabbricare armi. E tu, che disarmato affrontavi i potenti, oggi ci guarderesti con occhi pieni di stupore: come abbiamo fatto a trasformare la terra in un campo di battaglia permanente? Come abbiamo potuto ridurre l’altro a un concorrente, un ostacolo, un nemico?

Francesco, aiutaci a disarmare le mani, ma soprattutto il cuore.

E poi, fratello dei poveri, lasciami dire una cosa che mi pesa sul petto: abbiamo paura della fragilità. La nascondiamo come una malattia vergognosa. Abbiamo paura del limite, del dolore, della morte. Ci siamo convinti che valiamo solo se funzioniamo, se produciamo, se appariamo. Così, mentre rincorriamo il benessere, perdiamo la gioia. Mentre cerchiamo di essere perfetti, smarriamo la bellezza. Mentre fuggiamo la povertà, diventiamo poveri dentro.

Tu, invece, eri ricco di ciò che non si compra. Eri forte della tua debolezza. Eri libero perché non possedevi nulla. Eri felice perché non avevi paura di piangere. Francesco, insegnaci a non vergognarci delle nostre ferite. A non scappare dalla notte. A non anestetizzare il dolore. A non trasformare la vita in una vetrina.

E poi, lasciami dire ancora: siamo diventati idolatri dell’apparenza. Abbiamo costruito un altare al successo, un tempio all’immagine, una liturgia alla performance. Ci fotografiamo continuamente, ma non ci guardiamo mai davvero. Ci esponiamo, ma non ci doniamo. Ci mostriamo, ma non ci riveliamo. Tu, che camminavi scalzo sulle strade del mondo, oggi ci diresti che la vera bellezza non è quella che si vede, ma quella che si dona. Che la vera gloria non è apparire, ma servire. Che la vera libertà non è scegliere tutto, ma scegliere l’essenziale.

Francesco, aiutaci a ritrovare la sobrietà che libera, la semplicità che illumina, la povertà che arricchisce.

E infine, fratello di ogni creatura, guarda questa nostra terra ferita. Non la trattiamo più come madre, ma come miniera. Non la accarezziamo, la sfruttiamo. Non la ascoltiamo, la consumiamo. E così, mentre la natura geme, noi continuiamo a correre come se nulla fosse. Abbiamo dimenticato che siamo polvere amata, non padroni arroganti.

Tu, che chiamavi sorella l’acqua e fratello il fuoco, oggi ci inviteresti a inginocchiarci davanti al creato, non per adorarlo, ma per custodirlo.

Francesco, insegnaci la gratitudine. Insegnaci la cura. Insegnaci la responsabilità. Francesco, uomo di pace e di fraternità, vieni a camminare con noi. Non per risolvere i nostri problemi, ma per ricordarci che possiamo ancora cambiare strada. Non per toglierci la fatica, ma per restituirci il coraggio. Non per darci risposte facili, ma per riaccendere domande vere. Abbiamo bisogno della tua leggerezza che non è superficialità, ma profondità che non pesa. Abbiamo bisogno della tua gioia che non è evasione, ma radicamento nel Vangelo. Abbiamo bisogno della tua follia che non è incoscienza, ma amore senza calcoli.

Francesco, fratello nostro, torna a parlarci. Torna a scompaginarci. Torna a convertirci.

E se puoi, insegnaci ancora una volta a dire con la vita ciò che tu dicesti con il cuore: “Nulla mi basta, se non Dio.”

Con affetto e inquietudine buona, un fratello in cammino.

don Pierluigi